Ci dev'essere una prima volta, anche per un predestinato. Una di quelle volte che si sente nell'aria che è speciale. Speciale per un ragazzo di ventidue anni che, nell'ultima serata di un'ottobrata romana qualunque, anticipando il corso della natura, diventò il capitano della squadra della sua città. Speciale per la gente di quella città che, alla settima giornata di campionato, vide la lupa capitolina dare alla luce uno dei suoi frutti più belli, già concepito qualche anno prima, quando l'allenatore che l'ha lanciato, Carletto Mazzone, lo aveva definito un «talento purissimo». Totti dopo Ferraris IV, Bernardini, Masetti, Amadei, Losi, Di Bartolomei, Giannini. Tutti per uno, un capitano. C'è solo un Capitano.

Tutto è nato in un Roma-Udinese, nel '98, quando la C di «capitano» è diventata maiuscola. Sì, perché il brasiliano Aldair, che allora aveva qualche nervo scoperto con la società, decise di passare il testimone a quel ragazzo «nato campione», che ai suoi occhi era già un giocatore importante. E non solo ai suoi, evidentemente, visto che il tecnico Zdenek Zeman, ai tempi nell'occhio del ciclone per le dichiarazioni sul calcio in mano ai farmacisti, ne stava esaltando la crescita fisica, tattica e mentale. Totti stava sbocciando da esterno sinistro d'attacco, era l'astro e l'estro che sapeva coesistere con il rigore dei triangoli del 4-3-3 sbrocco-per-te zemaniano.

La Fiorentina del Trap era prima in classifica, si udivano i primi vagiti delle sette sorelle. La Roma di Zeman ospitava l'Udinese di Guidolin dopo un'amara sconfitta a San Siro, sponda Milan, per 3-2: un rigore fallito proprio da Francesco Totti, tre legni all'attivo e un gol subìto da Ziege viziato da fallo di mano. Non una responsabilità da poco, prendere i gradi. Una stretta al braccio sinistro per allacciare la fascia - un gesto che avrebbe ripetuto per diciannove stagioni- e poi su per le scalette che separano un fiume d'acqua pura dal bosco ed il bosco è uno stadio e si illumina a giorno.«E un applauso ti farà», più di 48 mila all'Olimpico. Una stretta al braccio per allacciare la fascia ed eravamo tutta l'erba in una fascia. Romanisti.

Fu l'attuale allenatore giallorosso, Eusebio Di Francesco, a rompere il ghiaccio con i friulani, allo scadere del primo tempo, con una rasoiata di destro finita all'angolino dopo una mischia al limite dell'area. Dal numero 11 al numero 10 ed è 2-0. Nella meno zemaniana delle azioni, da un rinvio di Chimenti, la spizzata di testa di Delvecchio in anticipo su Bertotto, spalle alla porta sulla tre quarti avversaria, andò a liberare Totti, in posizione di ala mancina. Un solo rimbalzo   trasportare in area di rigore la palla per l'accorrente Capitano, pronto a sferrare la bordata. Al volo, velocità, coordinazione, tecnica e potenza, c'era il giocatore. Fulmine, torpedine, miccia, guerra lampo e poesia. Era lì, il calciatore. Il sinistro di Totti sul primo palo, sotto la traversa, sembrò spaccare la porta e incrinare di qualche grado l'asse terrestre della curva Sud, con la palla che per un attimo – dev'essere successo veramente – divenne ovale come nel rugby per la botta di holly e benjiana memoria. Una corsa dietro la porta, lungo linea, a braccia aperte come le ali, con gli indici puntati verso Sud e verso Nord, come se non esistesse più lo spazio, e il sorriso compiaciuto fino alla bandierina sotto la Monte Mario, per concedersi l'esultanza con applauso al proprio piede sinistro. Fu il principio di un artista, la notte che anche Francesco, amico agile, deve aver pensato: è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare un pallone. Paulo Sergio e ancora Totti, poi, con un rigore prepotente per dimenticare "Seba" Rossi. Ne prese altri due,quella sera, l'incolpevole Turci, portiere dell'Udinese, senza nemmeno sapere che due anni dopo, il Capitano avrebbe replicato quel sinistro al volo, di nuovo contro di lui, ma stavolta sotto la Nord, quest'altra volta per lo scudetto.