C'è stato un altro 6 maggio, ben prima di quello del 2001 in cui un bolide di Nakata e una sforbiciata sotto porta di Montella illuminarono Torino. C'è stato un altro 6 maggio, un altro 2-2, per certi versi altrettanto importante, molti anni prima. Perché senza quel pomeriggio, probabilmente, la Roma che conosciamo oggi non sarebbe stata la stessa. In quelle due ore scarse, i tifosi presenti allo Stadio Olimpico sperimentarono l'intera gamma dei sentimenti umani, un prisma emotivo fatto di esaltazione, paura, depressione, terrore, speranza e infine gioia. Perché c'è chi sostiene che non esista felicità più grande e più genuina di quella che vive chi, svegliandosi da un incubo tremendo, si rende conto di essere ormai al sicuro. Al sicuro, sì. Salvi da un incubo che non ci compete, che riguarda da vicino altri personaggi: gente che spesso si riempie la bocca con il nome di Roma, salvo poi dileggiarlo e insultarlo alla prima circostanza buona.

Il 6 maggio 1979 la Roma è a 24 punti in classifica dopo 28 giornate e rischia la retrocessione in Serie B. La squadra è allenata da Ferruccio Valcareggi (l'uomo, per capirci, che ha guidato la Nazionale alla conquista dell'Europeo del 1968 e che due anni dopo, ai Mondiali messicani, si è arreso solo al grande Brasile di Pelé, Jairzinho, Tostão e Gerson), subentrato a Giagnoni alla settima giornata e coadiuvato da Giorgio Bravi. La settimana prima abbiamo vinto 2-1 a San Siro contro l'Inter, ma c'è bisogno almeno di un pareggio in casa contro l'Atalanta per scongiurare matematicamente la retrocessione.

L'Olimpico è pieno, 65mila spettatori, perché all'epoca la Roma si sostiene sempre e comunque: non che manchino le critiche, semplicemente si mettono da parte e si sta vicini alla squadra, quando le cose vanno male. Le cose si mettono invece molto bene in avvio di gara: sugli sviluppi di una punizione dalla sinistra di Agostino, Vavassori si tuffa di testa per anticipare Pruzzo, ma infila il pallone nella sua porta. La partita sembra in discesa, sugli spalti ci si augura un secondo gol che tagli definitivamente le gambe ai bergamaschi, anche perché la situazione dei nerazzurri è drammatica ancor più della nostra. Gli ospiti però non mollano e al 22' trovano il gol del pari con Bertuzzo, seguito poco dopo dall'1-2 firmato Prandelli. Sullo Stadio Olimpico cala il gelo: durante l'intervallo i volti appaiono stravolti dalla tensione e dall'ansia, l'incubo si materializza e si fa palpabile. Ma quando la Roma - in maglia "ghiacciolo" rossa - torna sul terreno di gioco, il pubblico riprende a sostenerla. Qualcuno, per farsi coraggio, si consola pensando che c'è sempre l'ultima giornata, una trasferta ad Ascoli in cui giocarsi il tutto per tutto.

Eppure quel giorno cambia per sempre la storia della Roma. È il primo mattone verso le due Coppe Italia consecutive, verso Falcao, verso il secondo Scudetto e la cavalcata in Coppa dei Campioni. Parte tutto da lì, dal 6 maggio 1979, da un 2-2: lo stesso risultato, un pareggio all'apparenza insignificante che invece significa tutto, proprio come quello del 2001. Perché al 17' del secondo tempo Boni serve De Nadai, che entra in area e centra per Pruzzo: il Bomber anticipa il suo marcatore con l'istinto che solo un rapace dell'area come lui può avere. Puntata di destro all'incrocio dei pali, Bodini non può nulla e il numero 9 fa 9 in campionato. Roberto corre sotto la Sud, folle di gioia: l'immagine della sua esultanza scatenata fa scopa con quella sugli spalti, perché tutti si stanno lasciando alle spalle una stagione tormentata. È la felicità di chi finalmente si sveglia da un incubo. È la felicità di chi si prepara a vivere un sogno.

Comincia proprio lì, sotto la Curva Sud - dove ogni cosa ha inizio -, quando eravamo ad un passo dal baratro e abbiamo lottato contro noi stessi per evitare di cadere. Il sogno comincia proprio lì, con un pareggio casalingo per 2-2 ottenuto non senza fatica. Il sogno comincia in un pomeriggio di primavera, in cui ogni tifoso giallorosso sperimenta l'intera gamma delle emozioni umane nell'arco dei novanta minuti. Non date retta a chi vi parla della "Rometta": la Roma non è mai stata "etta", nemmeno in uno dei suoi momenti più difficili, nemmeno quando il pubblico invase il campo alla fine del match per festeggiare la salvezza. La "Rometta", come qualcuno definisce la squadra giallorossa tra gli anni 50 e 70, non esiste, non può esistere: un amore così grande non conosce diminutivi. C'è stata e ci sarà sempre e solo la Roma.