Io (quasi) sessantadue anni. C'ero quel trenta maggio 1984. Da tifoso. Tribuna Tevere centrale, settore in cui non ho mai più messo piede, detto con tutto il rispetto per chi lo frequenta. Potete immaginare quello che per me e intere generazioni hanno rappresentato Liverpool, Anfield, Grobbelaar, Neal, Souness, Rush, Kennedy.

Il tempo ha mitigato solo in parte. Ho fatto pace soltanto con Anfield. Dove sono stato in tre occasioni, due al seguito della Roma, una per andare a trovare Alberto Aquilani, un ragazzo romano e romanista, cresciuto nel settore giovanile di Trigoria che, per ragioni di bilancio, era stato ceduto proprio al Liverpool per una cifra superiore ai venti milioni di euro. Quelli che servivano per rimettere a posto il bilancio della società. Niente di male, sia chiaro, di male, semmai, c'è che qualcuno, chi ha detto Aquilani?, ha poi provato a far finta di niente raccontando certificate falsità.

Anfield più che uno stadio è una magia. È uno degli stadi più antichi in Inghilterra, ma allo stesso tempo tra i più moderni che ci siano. Anche se là dentro si respira il profumo di quel calcio che non c'è più, l'inno che canta tutto lo stadio,

You'll never walk alone, è qualcosa che ti entra nel cuore, ti commuove e non te lo dimentichi più, la Kop è una Curva come ce ne sono poche altre soprattutto in Inghilterra.

È lo stadio che mi ha emozionato di più e, posso garantire, di stadi ne ho visitati parecchi, dal Bernabeu a Wembley, dal Camp Nou, all'Allianz di Monaco, dall'Emirates al vecchio Highbury che ora non c'è più. Anfield è davvero uno spettacolo. E quel giorno che andai con Aquilani, mi ha conquistato in maniera definitiva. Perché ho fatto il giro dello stadio, le scalette che portano al campo con quello stemma This is Anfield che ti fa accelerare il cuore, i ristoranti, le fotografie, gli spogliatoi. Tanta roba, anche se è la casa di quel Liverpool che ci ha privato di un grande sogno.

Dicevamo che si respira il profumo di un calcio d'altri tempi, ma nello stesso tempo è uno stadio di questi tempi. Andai alla partita (contro il Fulham) grazie ad Aquilani, tre biglietti per il sottoscritto e i miei due amici, Francesco e Marco Galanti, romanisti fracichi. A fine partita ci condussero alla Family room, mi pare che recitasse così la targhetta all'esterno. All'interno, un enorme salone, potevano accedere soltanto i familiari e gli amici di staff tecnico e calciatori. Un buffet da applausi a scena aperta, baby sitter per i bambini di Gerrard e compagni, animatori, camerieri, cortesia e sorrisi. Ci trovammo a mangiare qualcosa al fianco di Pep Reina, sì il portiere del Napoli, e Javier Mascherano, all'epoca pezzi grossi di quel Liverpool. Ci passò l'appetito, ma solo perché il buffet era inglese.