Avevano bisogno di comunicare e farsi capire da quelli che non appartenevano alla loro tribù. Così dopo aver alzato al cielo quelle lance decorate con piume e scalpi decisero di accumulare qualche stoppia e delle verdi frasche. Voi li avete mai visti gli indiani? Non quelli di Tex Willer né quelli di Zagor, perché non ci sono bisonti da rincorrere e infinite verdeggianti praterie da cavalcare. Ma di visi pallidi con i loro pregiudizi quelli sì: presenza immancabile che travalica i confini del tempo e dello spazio. C'erano segnali di fumo e un'invisibile coperta per modificare a proprio piacimento i colori con cui dipingere un azzurro su cui avanzavano prepotentemente le scuri nubi; una pioggia da scongiurare con danze tribali e canti in una lingua difficilmente comprensibile, personale, tutta loro: quelle che contraddistinguono ogni tribù che si rispetti. Il rosso porpora e il giallo ocra salivano sempre più in alto, per essere mirati con facilità dalle lontane terre. Un messaggio chiaro, cristallino come quel sentimento unilaterale che porta ad abbandonare il villaggio per marciare verso lidi sconosciuti, luoghi vietati da troppo tempo e incontrare altri simili a loro; tanto simili da cantare forte come loro, tanto simili da utilizzare i medesimi colori per marchiare i volti il pomeriggio del dì di caccia.

Avevano esultato una volta e poi due, tre, fino a quattro. E alla terza invocavano la quarta e dopo la quarta desideravano ardentemente la quinta: ma perché accanirsi così tanto contro una preda ormai soggiogata? Forse perché dopo aver subito una caccia alle streghe era il momento di mettere un punto e voltare pagina; proprio in quella terra un tempo dominata da janare che cavalcavano beffarde le giumente dei contadini prima di riunirsi nel cuore di una notte scura sotto l'immenso noce che costeggiava il fiume Sabato. Perché se qualcuno l'avesse dimenticato la Roma, questa nostra eterogenea e meravigliosa tribù, "è squadra da settimo posto"; e ancora "Di Francesco il nuovo Zeman" e "Dzeko il solito pippone". Che poi in settima posizione ci troviamo davvero, ma con una partita da recuperare che in caso di successo ci avrebbe portati al quarto posto. Quel quarto posto che per molti non ci compete: non siamo abbastanza forti per duellare contro chi da anni arriva alle porte della calda estate guardandoci dal basso. E il mister no, non va bene. Talmente simile al Maestro da chiudere quattro volte a doppia mandata l'ingresso del conico tipi. Strega lui e strega il centravanti bosniaco: quello che non segna come i colleghi delle altre.

Quello che non è bravo nell'arco né nell'uso del tomahawk, non caccia bene né sa pescare. Eppure nelle ultime ventuno occasioni ne ha segnati quanti? Ventuno. Questa stagione son già cinque, soltanto quattro han fatto meglio. Con una partita in più. Ciò nonostante sembra veramente che il whisky cambi sapore a seconda della simpatia di chi lo offre, parafrasando Bonelli e Galleppini. Padri di un ranger dal cuore nobile capace di prendere le parti del più debole, del deriso da una folla anche a costo di difendere il diverso. E come Tex Willer quegli indiani moderni si sono schierati dalla parte di una Roma derisa a priori, criticata senza basi né argomentazioni, vilipesa, offesa, calunniata. Che poi a dirla tutta di parti non ce ne sono. Ma solo un grande fuoco e uomini e donne, vecchi e bambini, seduti o in piedi in cerchio. Come una tribù.