Sono un ex ragazzo delle 14.30. Di quelli per cui il campionato si gioca di domenica, a orario canonico. Tutti in contemporanea. Per essere più precisi, sono di quelli per cui il ritiro si fa a fine luglio, quindici giorni pieni, cominciando con la corsa fra i boschi, a seguire attesa partita con i taglialegna.

Nessuna tournée extracontinentale, al massimo un'appassionante Coppa delle Alpi fra i valligiani elvetici. A seguire, verso il 20 agosto, quando la crisi di astinenza da stadio è oramai insopportabile, amichevole serale al Flaminio (ovvero il Nazionale del primo scudetto, capolavoro architettonico abbandonato alle intemperie) col Cesena o giù di lì. E una volta nella vita, l'amichevole di primo mattino: Roma-Elche, fine anni Sessanta se non ricordo male, si giocò alle 9.30.

Oggi a noi tifosi può capitare di lavorare sugli spalti dell'Olimpico – intristito dalla ristrutturazione per i Mondiali del 1990, senza più quel contrasto di legni verdi e marmi bianchi–a qualsiasi ora di qualsiasi giorno. Organizzare la nostra vita è impossibile. Da ex ragazzo delle 14.30 ho fatto il percorso che porta dal muretto dei posti in piedi (aboliti) allo strapuntino in curva, fino all'imborghesimento da Tevere (abbonato dal 1973, esordio con primo gol di Ago contro il Bologna). La Monte Mario non la sfioro da trent'anni, anche perché porta sfiga.

Cambiano ambiente, orari, tribune intorno a me, ai miei figli Giuliano e Adriano, a Paolo e a Giulia, compagni teveristi di sicura fede. Cambia anche la Roma. Chissà perché bisogna chiamarla A.S. Roma, quasi fosse un marchio. Con pallidi presidenti d'Oltreatlantico che difficilmente – spero di sbagliarmi – lasceranno un segno nella nostra storia. Non cambia la mia passione. Ed è per questo che saluto la rinascita del Romanista. Tribuna scoperta, di cui noi tifosi, quasi dispersi negli ultimi anni, abbiamo bisogno per ritrovarci a litigare insieme mentre soffiamo dietro la squadra. Filo rosso fra il mondo delle 14.30 e quello di tutte le ore, cioè di nessuna. L'amore è cieco. Ma i ciechi romanisti leggono. Grazie Tonino per averci ridato queste pagine. Cercheremo di esserne all'altezza.

P.S. Raccomandazione non richiesta al signor Monchi. C'è rimasto un solo fuoriclasse italiano. Il ragazzo di Roma Nord che la (A.S.) Roma si è lasciata scivolare tra le dita. Gioca nel Pescara e segna gol a grappoli. Vedasi il terzo nel recente 5-1 al Foggia. Roba che Neymar sembra impedito. Dunque, caro ds, prenoti subito Stefano Pettinari e lo riporti a casa per gennaio. Con clausola da 300 milioni e divieto di riacquisto da parte araba.