"Il calcio dei sentimenti non c'è più"; "oggi non gliene frega più niente a nessuno"; "tanto il calcio delle bandiere non esiste"... il tutto accompagnato da mille varianti (la mia preferita è "quando c'erano Annoni e/o Bonacina sì che..." mentre ricordo benissimo che quando c'erano Annoni e Bonacina qualcuno rimpiangeva persino Domini) sotto al grande titolo: "No al calcio moderno" che va sempre bene e fa sempre un po' fico. Sia chiaro, io non solo rimpiango il calcio che fu, i numeri dall'1 all'11, le partite tutte la domenica pomeriggio, il mercoledì di coppa sperando che la Roma sia trasmessa anche nella zona di Roma, persino il retropassaggio al portiere, io lo reclamo, ma un conto è dire questo, altro è parlare tanto per parlare, per slogan, per ammasso, perché fa ribelle (c'è sempre la fila alla Standa per la rivoluzione) senza cogliere per esempio gli aspetti dove quel Calcio ancora resiste nel baraccone. Anzi, più che il Calcio, direi la Roma. Perché mi frega solo della Roma. Bisogna averne cura della Roma. Enormemente. Anche, se non soprattutto, quando se ne parla. E allora ogni volta che si dice "Il calcio delle bandiere non esiste più"; ogni volta che si reclamano i tempi eroici dell'olio canforato, delle schedine, della maglia che era sacra per tutti, dei giocatori che erano uomini eccetera aggiungeteci una cosa: per la Roma no. Per la Roma questa litania non vale. La Roma è una straordinaria eccezione. La Roma è una sopravvivenza più forte del calcio moderno e soprattutto degli slogan contro se stesso che si porta dietro (va da sé che il Potere adora e prevede un anti potere, altrimenti non si ricicla mai). La Roma è sempre stata la Roma. Dal 1927 quando il primo capitano era Attilio Ferraris, er più de Borgo, ai quattro di Empoli. In mezzo c'è una tradizione: la nostra.

Ce l'avete presente cos'è stato il 28 maggio? Un catino spudorato di umanità. L'avevate mai vista una cosa simile? È successa nel 2017 non nel 1960 o negli Anni 80. A Roma. Mi trovate poi adesso un capitano nelle altre squadre rappresentativo come De Rossi? La Uefa un giorno sì e l'altro pure parla di ultima bandiera quando parla di De Rossi. E trovatemi un club dove ci sia un vicecapitano pure questo cresciuto nel vivaio, e un ragazzino che esordisce e che ha lo stesso cognome di uno che c'ha poco più di vent'anni che segna di tacco sotto la Nord. Più un dirigente che per il mondo seguendo ma anche non seguendo la Roma, è sinonimo di Roma. E vi risparmiamo il Tre Fontane, il campo Di Bartolomei, spero un giorno la rinascita di Campo Testaccio, l'Hall of fame eccetera. Essere romanisti è uguale da sempre, anzi oggi è più difficile visto che il sentimento è bandito dall'agenda e dal vocabolario di chiunque. La Roma per suo dna è allergica a un calcio che dimentica, la Roma conserva la Roma perché la Roma è nata così, scegliendo nome, colori e simboli di un'appartenenza: quella di se stessa. Frenate la voglia di abbassarla ai discorsi degli altri o peggio di confonderla, fareste torto anche al passato. La Roma non è uno slogan, ma una cosa viva, unica e indivisibile: l'unico calcio dei sentimenti e l'unica bandiera possibile.