Quando Carlo Ancelotti ha vinto lo scudetto col Milan non sapeva come festeggiare o forse lo sapeva troppo bene, visto che aveva visto farlo 5 anni prima a Roma. Prese un telefono chiamò i ragazzi del Cucs e la sera stava in un ristorante a Trastevere con loro. D'altronde lui non se ne sarebbe mai andato: alla Roma aveva dato i suoi anni migliori e le sue ginocchia. Le urla in un contrasto con Casagrande nel Roma-Fiorentina del gol di Pruzzo dopo il tacco al volo di Falcao, il 25 ottobre 1981, e la disperazione del 4 dicembre 1983 nello Juve-Roma finito 2-2 grazie alla rovesciata del Bomber che appena finita la partita disse: «È dedicato a Carlo, il migliore di noi».

Non so se era il migliore, ma era sicuramente "noi", uno dei tanti sinonimi di Roma di quella Roma là. Dicevi Ancelotti e dicevi tanto Roma. Anche nell'aspetto, nei modi, in tante cose. Nel sorriso, soprattutto. Quando andò via non se ne andò mai veramente: la prima volta che tornò qui chiamò a fine partita la Roma "la Magica", quando cominciò ad allenare parlava ai suoi calciatori solo romanesco "perché l'adoro e arriva prima". E ogni tanto - forse anche troppo spesso - «prima o poi allenerò la Roma». La notte della festa degli 80 anni al microfono disse «io ho avuto la mia rivincita, prima o poi capiterà», riferendosi al Liverpool e a una finale di Coppa dei Campioni mai giocata qui, vinta là. L'ho anche risentito prima della questa semifinale... È che tutto questo adesso sembra solo passato. Boh. I ragazzi della Sud invece so che posso trovarli sempre lì. Loro sì, i migliori di tutti noi.