Il «gran Furvio Bernardini, che dà scola all'argentini» non ha dato scuola solo agli argentini. Ha dato scuola a tutti, perché è stato il più grande di tutti. Uno dei più grandi personaggi del calcio italiano, sì. Ma non sempre viene raccontato come ciò che fu da calciatore: la bandiera, il simbolo, l'anima di una sola squadra: la Roma. «Sono nato calcisticamente da altre parti ma è alla Roma che ho avuto le mie affermazioni più clamorose», disse una volta. D'altronde, alla Fortitudo trovò la porta chiusa, quando andò per fare un provino. Da un'altra squadra, che in porta ci metteva lui, se ne andò perché scoprì che mentre lui giocava gratis, altri compagni prendevano soldi sotto banco. C'era da pagare una penale e, quando scoprì che qualcuno stava facendo pressioni sul padre per farlo rimanere, ruppe gli indugi e la pagò. Sì, pur di andare via dalla Lazio, ha pagato di tasca sua. Ma c'è di più: chiese anche la nomina di un Jury d'onore che ritirasse i soldi per conto della società biancoceleste, dato che non voleva neanche guardarli in faccia. «Aveva una romanità totale, se ne andò dalla Lazio sbattendo la porta», ha scritto Mario Sconcerti, che lo ha conosciuto bene quando era cronista al seguito della Nazionale di cui Fulvio era Commissario Tecnico, nel volume "Storia illustrata della Roma". [...]